A casa senza di voi

Ho sciacquato anche l’ultimo bicchiere e son rimasta qui in piedi davanti alla finestra ad ascoltare il silenzio.

In questa casa da qualche giorno non ci siete. Ci tornerete presto, è vero, ma al momento qua ci sono solo io. Me ne accorgo dal bisogno che ho provato di accendere la tv perché c’era troppa calma, anche se un “faccio la guardia a tutte le caroteee” mi ha subito ricordato chi è che comanda il telecomando da queste parti.

Senza di voi la casa è la prima cosa che si trasforma.

Io so che odore ha questa casa la mattina presto quando sotto apre il bar: un po’ caffè, un po’ inverno, un po’ consolazione.

So che se passi prima delle otto ci trovi gli studenti del liceo che aspettano di entrare: è bello ascoltare i loro discorsi mentre non capisci se provi più invidia o sollievo di non far più parte di quella gioventù.

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Se ti occorre qualcosa c’è un pakistano d’emergenza che si è convinto -chissà perchè- che tu faccia l’avvocato e ti dà del Lei. La carne si compra al mercato, che è qui vicino, il pane -buonissimo- al forno, se non vuoi cucinare c’è ogni bendiddio tutto intorno, come anche farmacie, pannolini, sciroppi, mojito e altri generi di prima necessità.

Di questo palazzo so che alcuni vicini non ti salutano, che arrivati al secondo piano c’è una corrente fredda che nessuno sa da dove venga, ma che la quarta rampa di scale è meno ripida delle altre e tra poco con la lingua di fuori sei a casa. Fare le scale con voi in braccio in questi anni è stata la mia personale esperienza di purgatorio, ma ho avuto anche modo di conoscere il paradiso della porta spalancata che ti dice: “arrivata”.

In questa casa c’è una stanza che è stata la cameretta di un bambino, il figlio dei vecchi proprietari, e sulla finestra c’è attaccata ancora una stellina gialla che era sua e non si è voluta staccare più. Ora qua ci sono due lettini uguali, due copertine uguali e un armadio vicino alla stellina. A volte penso che voi e quel bambino siete amici, anche se non vi siete mai conosciuti.

Io so che in questo elegante palazzo ottocentesco dove un tempo entravano con le carrozze e che oggi mette un po’ soggezione, in questa casa più bella di ogni mia aspettativa, mi è venuta voglia di cucinare, di fare figli, di fermarmi. E’ un posto come altri, dove altri hanno vissuto, ma è qua che  ho deciso di far crescere un po’ delle mie radici ed è qua che voi siete nate.

Voi questa casa l’avete cambiata a vostra immagine e somiglianza: senza più muri, ogni stanza è diventata un mondo dove giocare.

Per ingannare l’attesa di voi in questi giorni ho fatto di tutto: ho rivoltato gli armadi, ho programmato viaggi, ho buttato tonnellate di cose inutili, ho perso tempo, imbastito conversazioni immaginarie, ho mangiato male e ad orari assurdi. La notte nel dormiveglia mi son ripetuta cose senza senso per tenermi tranquilla, tipo che ero una persona intera e completa anche se voi eravate fisicamente lontane, che i nostri legami esistevano da prima dei nostri corpi e che nulla li avrebbe spezzati. Ho avuto nostalgia, ansia, struggimento profondo e lacrime. Perché senza di voi ritrovo tutta una serie di me stesse che escono fuori appena ve ne andate. Tra quelle me stesse ce n’è qualcuna che mi manca molto e qualcuna che mi fa paura. Mi sento un’adolescente che non sa cosa fare della propria vita, ancora.

Allora quando mi prende l’orrore del vuoto per le troppe possibilità che si aprono davanti, col pensiero vengo subito da voi e mi sento meglio.

Amore è tutto ciò che allarga la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità, ma a volte l’amore è anche quello che dà misura e contenimento.

Ecco, voi siete il mio contenimento, quello che dice dove comincio e dove finisco. Mi impedite di spaziare troppo e girovagare in stanze in cui è meglio non andare, mi ridate le chiavi di casa ogni volta che le perdo, mi arginate e mi salvate dalle mie inquietudini, mi ricordate il senso profondo di Qui e Ora che forse è il regalo più grande dello stare in presenza di un bambino.

E mi riportate a casa. E poi mi fate diventare casa qualsiasi posto in cui mi trovo con voi.

Ora però sbrigatevi a tornare, vi aspetto.

rossella
Eccomi

rossella

Prima ero una, poi a quarantuno sono diventata tre. In famiglia siamo quattro, si potrebbe dire due di due. Insomma, un macello.
Lavoro, insegno e scrivo. Le mie figlie hanno due anni, si chiamano Nora e Frida, il mio compagno si chiama Filippo, io sono Rossella, anche se ci sono giorni in cui non me lo ricordo più.
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